Con il documento del 22 gennaio 2015 la Conferenza Stato Regione fa un ulteriore passo verso l'implementazione di sistemi di certificazione di competenze. Una buona cosa, senonché l'approccio, finora principalmente top down crea aspettativa senza fornire risposte. Mentre le Regioni legiferano, pensano, ipotizzano, pianificano, il mercato del lavoro (che sarebbe fortemente e positivamente influenzato da questo strumento) arranca.
E' ora di spiegare in modo pratico il processo di certificazione di competenze (cosa e'? a cosa serve? come si fa?) e lasciare che, in un processo bottom up, uffici pubblici e privati sperimentino sulla base dei repertori già esistenti. Senza particolari regole, che non servono finché si sperimenta senza certificare, ma sopratutto senza creare filtri iniziatici che porterebbero poi all'"albo dei certificatori" vanificando così il potenziale di uno strumento che, seppur all'interno di di codice di qualità ben definito (già esistente a livello europeo), dovrà essere ampiamente usato. Poi, sulla base dell'esperienza si potrano definire regole più stringenti. Queste somiglieranno molto, ci si può scommettere, a quanto già definito in altre parti d'Europa (perché tanto non c'è niente da inventarsi) ma l'esperienza pratica avrà consentito di applicare alla realtà italiani strumenti mutuati da altri paesi.
Allo proviamo a definire le "3 cose in croce":
- Cosa è la certificazione di competenze: un processo che attraverso la individuazione e validazione di competenze acquisite anche in ambiti informali e non formali (ossia ambiti non destinati a produrre formazione oppure totalmente destrutturati) consente da attestare quello che una persona sa e sa fare (conoscenze e capacità).
- A cosa serve la certificazione di competenze: facciamo un esempio. Un lavoratore che per 30 anni ha lavorato nel metalmeccanico viene, a 55 anni, licenziato. Che ne sarà di lui? Un percorso di esplorazione delle sue competenze, acquisite anche in ambiti informali e non formali consente di scoprire che ha svolto anni ed anni di volontariato in una associazione sportiva acquisendo la capacità di fare girare una società. Queste capacità (e conoscenze) identificate, validate e magari certificate (con un attestato) potrebbero permettergli di trovare lavoro in un ambito (quello delle società sportive) totalmente diverso dal settore metalmeccanico, aumentando le sue possibilità di ricollocamento.
- Come si fa certificazione di competenze: molto poterono gli standard, ben di più che le procedure. Standard di competenze dai repertori regionali; standard di comportamento (step by step, moduli, software) anche mutuati da altre realtà dove già si fa; standard di output (CV evoluto, descrizione per unità di competenze). Questi sono gli elementi minimi per avviare processi di identificazione e validazione di competenze. Sperimentati questi si deciderà come Scuole, Università e Regioni potranno certificare le competenze validate.
Vedo già insorgere i puristi della procedura e della norma. Non hanno tutti i torti, ma il tempo stringe ed è un peccato rinunciare al potenziale di questi strumenti solo perché le Regioni non hanno ancora "spiegato come funziona". Alcune Regioni, più illuminate, hanno già dato il via alla sperimentazione pratica, accogliendo tutte le esperienza svolte sul territorio, per metterle a sistema.
Sperimentare, sprimentare, sperimentare! Solo così si riuscirà ad avviare processi di identificazione e validazione, che possano portare a certificazione, ma che siano, sopratutto, compatibili con le esigenze del mondo del lavoro reale, quello delle persone e delle aziende, della flessibilità (a doppia corsia), dei tempi mai sufficienti e dei costi sempre troppo alti.
Visualizzazione post con etichetta active ageing. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta active ageing. Mostra tutti i post
08 giugno 2015
17 settembre 2012
Le competenze invecchiano!
Riporto un interessante report CEDEFOP (L'agenzia europea per la formazione) relativo all'obsolesecenza delle competenze dei lavoratori, con qualche accenno di indicazioni su come ridurre tale obsolescenza.
Per il report cliccare qui.
Per il report cliccare qui.
Etichette:
active ageing,
competenze,
futuro,
lavoro
04 maggio 2012
17 febbraio 2012
Pensioni ritardate o Invecchiamento attivo?
Posto un testo scritto a dicembre 2011
A
una settimana dal consiglio dei Ministri dello scorso 4 dicembre, la situazione
è chiara a tutti: l’età media dei lavoratori italiani si alzerà. Questo perché
un numero considerevole di baby boomers, i “ragazzi” nati negli anni seguenti
il 1948, dovrà aspettare più del previsto per raggiungere il momento agognato
della messa a riposo.
In
prima battuta i detrattori di questa decisione chiamano in causa il rischio di
disoccupazione giovanile: sembrerebbe infatti evidente che la permanenza di
anziani al lavoro rappresenta un vero e proprio tappo che impedisce l’accesso
di giovani. Altri scherzano sul fatto che gli uffici dovranno essere dotati di
cateteri ed altri equipaggiamenti ad uso geriatrico.
Più
o meno serie, tutte queste posizioni esprimono, oltre ad una naturale
opposizione ad una norma che prevede un allungamento della vita lavorativa
obbligatoria, il timore che il permanere per più tempo al lavoro rappresenti
uno sforzo difficilmente supportabile per i lavoratori.
Di
fronte a questi timori degli individui quali debbono essere le preoccupazioni
delle organizzazioni ed in particolare delle aziende?
Di sicuro non si potrà semplicemente far finta
di niente, e né la prolungata aspettativa di vita, né le norme sui lavori
usuranti potranno ovviare ad un dato di fatto: nei prossimi anni le
organizzazioni dovranno fare i conti con un certo numero di lavoratori un po’
più stanchi di lavorare, un po’ più demotivati e sicuramente delusi di come
sono andate le cose. Le organizzazioni
che occupano questi “mancati pensionati” potranno scegliere tra due diversi
atteggiamenti: subire il problema passivamente, oppure prenderlo in mano e
gestirlo.
Così
come hanno già timidamente cominciato a fare alcuni enti pubblici, anche le
aziende saranno chiamate ad impegnarsi nella gestione del cosiddetto
invecchiamento attivo in azienda: un mix di tecniche motivazionali, revisione
dei processi organizzativi e attenzione alle esigenze di un individuo che vede
progressivamente ridurre il proprio potenziale, le proprie forze. L’Italia non
sarà sola in questo percorso, già avviato in molto altri paesi europei, dove la
questione di un ruolo attivo degli anziani nella società è stato posto da
tempo, non solo in risposta ad una prolungata vita lavorativa bensì come
elemento di una civiltà caratterizzata da un importante crescita
dell’aspettativa di vita.
Ma
questo potrebbe non bastare ancora. In alcune attività lavorative, il crescere
dell’età diventa un vero e proprio ostacolo. A quel punto potrebbe rendersi
necessario un processo di mobilità verso lavori più adatti a persone anziane.
Un processo non facile da gestire, per la necessità di prevedere azioni
orientative e formative, che le aziende non sono sicuramente in grado di
gestire da sole. Gli enti formativi e quelli che si occupano di collocamento
lavorativo, pubblici o privati che siano, dovranno diventare attori attivi in
questo processo.
In
conclusione, è evidente che una misura, come questa decisa dal governo, non
porta semplicemente un risparmio, ma impone anche di cercare soluzioni a nuove
problematiche. Il mondo imprenditoriale, abituato a raccogliere le sfide, saprà
farlo anche in questa occasione. E’ fondamentale che non venga lasciato solo. E
soprattutto, tutti gli attori dovranno muoversi molto velocemente. Infatti, la
Commissione Europea ha sancito che il 2012 sia l’Anno dell’Invecchiamento
Attivo. Questo significa che saranno dedicate molte risorse per affrontare il
tema. Vi saranno incontri e convegni, ma verranno previsti anche finanziamenti
per sperimentare soluzioni, attivare servizi, consentire un invecchiamento
attivo che dia il massimo di soddisfazione agli individui e diventi una
opportunità anche per le aziende.
Etichette:
active ageing,
competenze,
economia,
lavoro
18 maggio 2011
Riconoscimento delle qualifiche professionali
Mentre per qualunque lavoratore è importante rendere visibili le proprie competenze, per alcuni è fondamentale che sia riconosciuta, formalmente, la propria qualifica professionale.
Il Ministero per le Politiche Comunitarie ha pubblicato questa guida al cittadino che decida di portare a livello europeo la propria professione.
Il Ministero per le Politiche Comunitarie ha pubblicato questa guida al cittadino che decida di portare a livello europeo la propria professione.
Etichette:
active ageing,
competenze,
europa,
futuro,
lavoro
Iscriviti a:
Post (Atom)